21/10/2008

VIRUS SESSUALI

Perdite e dolori alla pancia

 

La tricomoniasi è un’infezione genitale provocata dal tricomonas, un parassita microscopico. I suoi sintomi, fastidiosi e dolorosi, in genere si scatenano una settimana dopo il contagio.

I primi segnali sono un arrossamento nella zona intima e il bruciore ogni volta che si fa pipì. Poi si aggiungono delle perdite di colore giallo verdastro, prurito e anche dolori nella parte bassa e della pancia.

Se la malattia è in fase iniziale è sufficiente un trattamento locale con un ovulo a base di imidazolici per cinque sere. Quando i sintomi sono più intensi, il medico prescrive gli antibiotici. Il principio attivo si chiama metronidazolo e il farmaco va preso due volte al giorno per una settimana.

In qualche caso il contagio si trasmette anche per contatto con oggetti. Non sedersi mai nei bagni pubblici. E al mare o in piscina bisogna stendere sempre il proprio asciugamano sulla sedia a sdraio.

La cura va eseguita fino al termine anche se si comincia a sentirsi meglio prima che sia finita. Se trascurata, la tricomoniasi abbassa le difese immunitarie e rende vulnerabili anche gli altri virus.

Il prurito non fa dormire

 

Il responsabile delle candidosi è un fungo, la candide albicans, che vive normalmente nella vagina. Ma può moltiplicarsi quando si altera la flora batterica, come dopo una cura con antibiotici. L’infezione non si scatena solo con i rapporti sessuali. Se capita, dal contagio passano 10 giorni.

Il prurito è insopportabile e non dà tregua nemmeno di notte. Dopo qualche giorno compaiono anche delle perdite abbondanti biancastre, simili al latte cagliato.

La soluzione è un ovulo antimicotico a base di nistatina da mettere tutte le sere per una settimana. In alternativa si può usare la crema.

Per evitare che la candida si moltiplichi e scateni i disturbi, bisogna stare attenti a tutto ciò che può alterare la flora batterica, come tenere gli assorbenti interni per più di due ore o indossare slip sintetici.

Per chi non vuole usare gli ovuli, va bene anche la terapia per bocca. Le compresse si prendono due volte al giorno per 5 giorni.

Che male fare pipì

 

Il batterio che provoca la gonorrea è molto aggressivo: se non viene debellato può risalire fino alle ovaie e causare sterilità.

La prima spia è un dolore alla parte bassa della pancia. Poi arriva la stanchezza, brividi e la temperatura si alza intorno ai 37-37,5 gradi. Dopo un paio di giorni diventa doloroso fare pipì e si cominciano ad avere perdite biancastre, che hanno un odore sgradevole.

La cura è un’unica iniezione a un dosaggio molto elevato di antibiotico a base di amoxicillina.

La gonorrea si può trasmettere anche con il sesso orale: meglio usare il preservativo per ogni tipo di rapporto intimo.

Dopo l’iniezione è bene prendere un flacone al giorno di fermenti lattici per una settimana: così si evita che gli antibiotici provochino la candida.

Herpes intimo

 

Lo stesso virus che provoca la “febbre” sulle labbra, l’Herpes simplex, può causare anche l’herpes genitalis. È una tipica malattia a trasmissione sessuale che dà i primi disturbi dopo circa 15 giorni dal rapporto a rischio.

Comincia con bruciore e prurito nella zona dei genitali. Nel giro di qualche ora compaiono piccole vesciche unite a grappolo che in un paio di giorni “maturano” e si rompono. Poi si formano delle crosticine che durano anche due settimane.

L’unico farmaco veramente efficace è a base di aciclovir. Se l’Herpes è all’inizio è sufficiente applicare una crema sulla zona due volte al giorno per una settimana. Se la zona colpita è estesa, oppure se ci sono miglioramenti, si passa alla formulazione da prendere per bocca due volte al giorno per 10 giorni.

Quando il prurito è irresistibile è meglio prendere un farmaco antistaminico per calmarlo. Grattarsi potrebbe peggiorare le lesioni.

Ai primi sintomi conviene mettere subito sulla zona alcuni cubetti di ghiaccio; lo choc termico blocca l’infezione e così il fastidio si attenua.

Disturbi silenziosi

 

La clamidia è un’infezione sessuale di origine batterica che si manifesta dopo circa 20 giorni dal contagio e che va curata al più presto, perché in un caso su 10 può portare a sterilità.

La prima spia sono perdite biancastre, oppure rossastre perché contengono sangue. A volte si prova un lieve dolore alla parte bassa della pancia e i genitali esterni si infiammano.

La cura è sempre con un farmaco per bocca: si tratta di antibiotici a base di tetracicline da prendere due volte al giorno per due settimane.

A volte la clamidia non dà alcun disturbo. Se si hanno rapporti a rischio in vacanza, una volta tornate in città è bene fare subito l’esame per la ricerca del batterio. Basta un semplice tampone vaginale.

La parte è molto infiammata e si sente anche un forte prurito o del bruciore? La sera, prima di andare a dormire, si applica una crema a base di calendula.

Noduli e macchie rosa

 

La sifilide se viene scoperta subito (i primi segnali compaiono un mese dopo il contagio) si guarisce in fretta.

Nella zona intima compare un piccolo nodulo sottopelle. Sembra una pallina grande come l’unghia del mignolo, che non dà dolore e in 15 giorni si riassorbe. L’infezione avanza e dopo un paio di mesi sul corpo compaiono macchie rosa salmone. In questa fase ci si sente molto stanchi, con febbre e si perde peso.

Si guarisce con tre iniezioni di penicillina concentrate in sei giorni.

Se presa in gravidanza, la sifilide può provocare gravi danni al bambino.

È importante avvisare il medico se si è allergici alla penicillina: in tal caso l’alternativa è farsi prescrivere l’eritromicina. Ma in dosi decisamente più elevate.

 

 

RIMEDI CONTRO L’ACNE

Questa miscela di erbe depurative elimina le tossine dall’organismo e rende più bella la pelle. Mescolare 30 g di radice di bardana, 10 g di ortica, 10 g di achillea, 10 g di malva in fiori e foglie, 10 g di lavanda, 10 g di borragine, 10 g di eucalipto, 10 g di boccioli di rosa rossa. Portare a bollore una tazza grande (250 ml) d’acqua e aggiungere un cucchiaio della miscela di erbe. Fare bollire per 2 minuti, spegnere il fuoco e coprire. Filtrare dopo 15 minuti e addolcire con miele. Una tazza al mattino appena svegli e una alla sera prima di andare a dormire, da bere per 20 giorni.

Per migliorare l’aspetto.

Le seguenti erbe migliorano l’aspetto della pelle e contrastano l’acne:

Bardana: 40 gocce di tintura madre in mezzo bicchiere d’acqua per 3 volte al giorno, lontano dai pasti.

Fumaria: 35 gocce di tintura madre in acqua per 3 volte al giorno.

Ortica: 40 gocce di tintura madre in acqua per 3 volte al giorno, lontano dai pasti.

Saponaria: 20 gocce in acqua di tintura madre per 3 volte al giorno.

Tarassaco: 50 gocce di tintura madre in mezzo bicchiere d’acqua per 2-3 volte al giorno.

Viola del pensiero: 50 gocce di tintura madre per 3 volte al giorno.

Se è “colpa” degli ormoni

 

In questo caso è utile l’azione riequilibrante del lampone, come gemmoderivato (Rubus idaeus M.G. 1DH): 45 gocce in acqua per 3 volte al giorno. Indicato come riequilibrante del ciclo femminile.

L’acne migliora anche con il lievito di birra (si può prendere in tavolette lontano dai pasti), di fermenti lattici e di vitamine A, B, C ed E. Fa bene anche la combinazione Manganese-Rame: una fialetta un giorno sì e un giorno no.

La pelle con acne va curata con maggiore attenzione. Per regolarizzare la produzione di sebo (la sostanza grassa) si fanno una volta o due alla settimana cataplasmi di argilla e cetriolo. Pulire e frullare mezzo cetriolo e metterlo in una ciotola di vetro o terracotta. Aggiungere due cucchiai di argilla in polvere (usare cucchiai di legno) e poca acqua, fino a formare una pasta densa. Applicare sul viso pulito, evitando la zona intorno agli occhi. Lasciare agire per 20 minuti, sciacquare con acqua tiepida. Un altro aiuto dolce può essere quello di tamponare il viso mattina e sera con una soluzione di tintura madre di echinacea, calendula o mirra: diluire 1 cucchiaino di tintura madre in 4 cucchiaini d’acqua e tamponare il viso con un batuffolo di cotone.

INGREDIENTE

PROPRIETA’

PREPARATO

Bardana

Depura, rende luminosa la pelle

Tisana, tintura madre

Ortica

Depura, fornisce minerali

Tisana, tintura madre

Achillea

Depura

Tisana

Malva

Lenisce e depura

Tisana

Lavanda

Calma l’irritazione

Tisana

Borragine

Calma l’irritazione

Tisana

Rosa rossa, eucalipto

Leniscono

Tisana

Fumaria, tarassaco, viola del pensiero, saponaria

Rendono la pelle più limpida

Tintura madre

Mirra, echinacea, calendula

Disinfettano e leniscono

Tintura madre

Lampone

È riequilibrante

Gemmoderivato

 

PERCHE’ VA VIA LA VOCE?

Da piccoli è normale: i bambini hanno minori difese, possono “perdere” la voce anche per un banale colpo d’aria. Da ragazzi la colpa è delle alterazioni ormonali, che causano un mutamento del tono della voce: nelle femmine passa da una tonalità di circa 400 Hertz (tipica di tutti i bambini) a una di 200-250; nei ragazzi lo scarto è molto più alto, la voce maschile si attesta intorno ai 120 Hertz, diventando più grave. Durante l’età adulta le alterazioni della voce dipendono sempre da alcune malattie.

La voce è il risultato dell’attività di tre organi che lavorano in sincronia: polmoni, laringe e corde vocali. Quando una persona parla, l’aria che fuoriesce dai polmoni incontra le corde vocali -che nel frattempo si sono avvicinate- e le fa vibrare, generando così l’onda sonora. La laringe (la gola) funge da sistema di risonanza, oltre che di produzione del suono. Quando si respira senza produrre suono, le corde vocali sono aperte e l’aria passa nella laringe senza farla vibrare.

L’intensità del suono dipende dalla forza con la quale l’aria espirata fa entrare in vibrazione le corde vocali; il tono dipende dal grado di allungamento o di accorciamento e di distensione delle corde vocali. Per eseguire un suono di tonalità grave le corde vocali si accorciano e il numero delle vibrazioni è basso; per produrre un suono acuto, le corde vocali si allungano e il numero di vibrazioni aumenta.

La laringite è l’infiammazione della laringe, l’organo nel quale si trovano le corde vocali. Quando la laringe si infiamma, quasi sempre si abbassa anche la voce.

La laringite può essere acuta o cronica. Le persone soggette a ripetuti raffreddori, quelle che utilizzano quotidianamente la propria voce per lavoro (cantanti, ambulanti e insegnanti) e i fumatori più accaniti possono andare incontro anche a frequenti attacchi di laringite che, a lungo andare, può diventare cronica.

La laringite acuta è quasi sempre causata da infezioni virali (provocate da virus, come l’Adenovirus o il Rinovirus), ma può anche essere di origine batterica. In questo caso, i responsabili sono gli streptococchi, gli stafilococchi o gli pneumococchi.

La malattia è favorita da fattori ambientali (come umidità inadeguata o calore eccessivo, che causano la secchezza delle mucose) e dall’inalazione di sostanze irritanti, come fumo, smog o vapori chimici respirati negli ambienti di lavoro.

All’origine della laringite ci possono essere anche uno stress vocale (un abuso della voce e delle corde vocali) o eventuali allergie.

La voce diventa roca e si abbassa (raucedine) poiché le corde vocali, che sono irritate e gonfie, non vibrano più come dovrebbero. In alcuni casi, può addirittura scomparire quasi totalmente (afonia). La persona avverte bruciore e secchezza alla gola, oltre alla sensazione di un corpo estraneo. Compare una tosse secca, fastidiosa, talvolta accompagnata da scarse secrezioni.

Spesso bastano un po’ di riposo e qualche inalazione caldo-umida con bicarbonato di sodio e acqua bollente. Se questa manovra non è sufficiente, è necessario intervenire con un trattamento mirato. La cura varia a seconda del responsabile dell’infiammazione. Prima di iniziare a prendere medicinali, è importante consultare il medico: molti farmaci invece di dare beneficio, aumentano l’irritazione della mucosa locale.

Generalmente vengono prescritti farmaci antinfiammatori e analgesici (benzidamina o acido acetilsalicilico). Solo se l’infiammazione è di origine batterica è possibile ricorrere agli antibiotici (cefalosporine). La cura dura in genere 4-5 giorni, il doppio in caso di complicanze.

È d’aiuto mantenere un’adeguata umidità negli ambienti e controllare che la temperatura ambientale non superi i 20°C.

Non fumare e non soggiornare in ambienti in cui sia presente fumo di sigaretta o agenti inquinanti, a maggior ragione se a scatenare la laringite è stato uno di questi fattori.

Anche nei bambini le alterazioni della voce possono dipendere da motivi psicologici, per esempio dal timore verso gli adulti. I piccoli che vivono situazioni familiari poco serene, in cui i genitori e gli altri fratelli urlano e litigano spesso, devono per forza di cose mutare il loro tono di voce per farsi sentire; si adeguano a urlare.

Questo causa uno sfiancamento delle corde vocali e un conseguente mutamento della voce. Può succedere che un semplice cambio del tono di voce sia il sintomo più evidente di una vita non serena e non tranquilla.

In questi casi, il bambino viene seguito, oltre che dal logopedista, anche da uno psicologo.

In alcuni casi, i cambiamenti della voce non dipendono da fattori evidenti come infiammazioni o polipi, ma da una posizione scorretta delle corde vocali. Queste sono troppo tese o sotto sforzo e non riescono ad avvicinarsi e a vibrare correttamente.

Le persone più colpite dal problema sono insegnanti, cantanti, impiegati di sportelli pubblici oppure lavoratori che passano la giornata in ambienti molto rumorosi e sono costretti a parlare a voce alta.

È una reazione naturale del corpo: quando si è costretti a parlare molto, l’organismo interviene (per diminuire la fatica dovuta all’espirazione), stimolando la parte alta del torace anziché il diaframma (il principale muscolo respiratorio). L’aria proveniente dal torace ha una forza minore rispetto a quella del diaframma e costringe le corde vocali a una maggiore tensione.

Non esistono farmaci in grado di risolvere il problema. Per migliorare la situazione è utile allenare la voce, evitare di urlare e di sforzare troppo le corde vocali. In alcuni casi, l’otorinolaringoiatra si avvale della collaborazione del foniatra, lo specialista che si occupa della produzione dei suoni e dei disturbi della voce, oppure del logopedista, che imposta e rieduca la voce con tecniche respiratorie e di rilassamento.

In alcuni casi lo specialista non riesce a trovare alcuna causa organica alla disfonia: si tratta di mutamenti della voce che hanno cause unicamente psicologiche.

Per esempio, l’ansia e l’imbarazzo possono avere riflessi sul tono della voce e sul linguaggio in generale: la voce diventa stridula, con tonalità irregolari, spesso si balbetta o si incespica, il volume si alza e/o si abbassa rispetto alla norma, si fanno insoliti errori di grammatica, vi sono esitazioni, false partenze, lunghe pause tra una parola e l’altra.

Anche i sentimenti giocano un ruolo chiave. Un uomo che + coinvolto emotivamente e sessualmente da una donna ha una voce roca, quasi nasale. Si tratta di una modificazione che ha una spiegazione scientifica. In caso di eccitazione, si verifica un afflusso di sangue che crea una congestione nasale, trasformando la voce.

I polipi sono neoformazioni di diversa consistenza e grandezza che si formano in seguito a un ispessimento della mucosa delle corde vocali, che spesso compaiono dopo una laringite acuta, che non è stata curata. La mucosa, già alterata dall’infiammazione, di fronte a una nuova fonte di stress (come l’aggressione da parte di virus) può dare origine ai polipi.

A volte le cause sono sconosciute.

Le corde vocali non riescono a muoversi liberamente. Il grumo non consente loro di avvicinarsi e la conseguenza è un’inevitabile disfonia. Insieme alla perdita di voce può comparire anche una tosse stizzosa.

In queste situazioni, l’unico rimedio è rappresentato dall’intervento chirurgico. L’operazione (micro laringoscopia diretta), viene eseguita in anestesia generale e necessita di un ricovero di due o tre giorni. Il chirurgo individua i polipi con un microscopio, poi li toglie utilizzando una lunga pinza.

La voce ritorna alla normalità dopo circa una settimana, il tempo necessario per permettere alla mucosa delle corde vocali di riepitelizzarsi, cioè di riformarsi laddove è stato tolto il polipo.

21/07/2008

SONO TORNATA!!!

Ragazzi, volevo solo avvertirvi che sono tornataaaa!

A volte ritornano, come potete vedere...

Sono qui per continuare il mio lavoro, anche se credo non assiduamente come un tempo.

A presto!!!

28/11/2007

Guida agli specialisti

La differenza tra lo psicologo, lo psicoterapeuta e lo psichiatra.

 

Lo psicoterapeuta esplora la personalità, lo psicologo privilegia la vita di relazione, lo psichiatra si concentra sul rapporto salute mentale-malattia.

 

Lo psicologo ha una laurea in Psicologia e una formazione differenza in base all’indirizzo scelto all’università. Può essere uno psicologo dell’età evolutiva (si occupa di bambini e adolescenti), del lavoro e delle organizzazioni (si dedica alla selezione del personale in un’azienda) e sperimentale (conduce test su attenzione, memoria e percezione). Può esercitare la professione chi ha svolto un anno di tirocinio dopo la laurea e ha fatto l’esame di abilitazione. Lo psicologo è lo specialista più versatile. Si occupa di vari settori della sfera personale: dai problemi di relazione ai disturbi del linguaggio e di apprendimento, fino alla riabilitazione fisica. Non avendo una specializzazione, ha un’ampia liberà di movimento dal punto di vista professionale: può essere considerato come il medico di base, al quale ci si rivolge per le emergenze o per chiedere supporto e consulenza. Poi, se è necessario, lo psicologo può indirizzare ad altri specialisti. Il suo  lavoro consiste nel fare diagnosi, interventi di prevenzione, consulenze (in strutture pubbliche o private), stilare profili e fare valutazioni. I suoi ambiti di intervento:

 

·        Difficoltà del bambino a casa o a scuola;

 

·        Problemi legati allo sviluppo adolescenziale (uso di droghe, alcol, disfunzioni sessuali);

 

·        Rapporti di coppia o di famiglia;

 

·        Affido o adozione;

 

·        Mobbing e stress in ambito lavorativo;

 

·        Riabilitazione linguistica e motoria.

 

Quello dell’arte analizza i fenomeni e le opere artistiche e collabora con i critici d’arte e gli esperti di estetica.

 

Quello della religione studia gli aspetti psicologici della fede e il modo in cui essa viene concepita e praticata nelle varie culture.

 

Quello della pubblicità indaga le motivazioni che spingono all’acquisto, avvalendosi anche dei sondaggi.

 

Quello della musica analizza ciò che accade a livello cerebrale, emotivo e inconscio mentre si ascolta un’opera musicale. Studia il processo creativo che sta alla base di una composizione.

 

Quello delle masse studia il comportamento dei gruppi organizzati e le loro motivazioni.

 

Quello dello sport segue il comportamento prima, durante e dopo l0’attività sportiva, in relazione alla personalità, alle motivazioni e alle prestazione dell’atleta.

 

Quello del traffico si occupa degli atteggiamenti umani quando ci si trova in mezzo al traffico stradale, aereo e ferroviario.

 

Quello forense studia le problematiche psicologiche nella pratica giudiziaria e affianca lo psichiatra e il criminologo.

 

Lo psichiatra è laureato in Medicina e ha conseguito la specializzazione in Psichiatria frequentando una scuola della durata di 4 anni. Si occupa dei disturbi cronici, come la depressione, la schizofrenia, le perversioni sessuali e i problemi di personalità. È l’unico che ha licenza di usare i farmaci, oltre allo psicoterapeuta laureato in Medicina. Chi ricorre a questo specialista ha un problema molto serio: l’equilibrio emotivo della persona è talmente compromesso da non rendere possibile nessun altro approccio se non quello farmacologico. Ansiolitici, antidepressivi e antipsicotici vengono impiegati dallo psichiatra per tamponare l’attacco auto e ristabilire, almeno temporaneamente, le crisi emotive che caratterizzano queste persone. Ciò non vieta a questo professionista di affiancare, al trattamento con i farmaci, anche una psicoterapia, che ha lo scopo di sostenere la persona quando i momenti di crisi o di delirio sono sotto controllo. Prima di scegliere quello giusto, è opportuno controllare che lo psichiatra abbia alle spalle molti anni di lavoro e se ha esercitato in strutture pubbliche o provate con regolare contratto di assunzione.

 

Lo psicoterapeuta è il professionista che ha alle spalle il maggior numero di anni di studio e di formazione personale. Laurea in Psicologia o Medicina, specializzazione quadriennale in Psicoterapia tramite la frequenza di una scuola riconosciuta, ha ottenuto l’iscrizione nell’elenco degli psicoterapeuti. L’appartenenza all’Albo è un elemento da tenere presente quando si deve scegliere a chi affidarsi. Può avere diversi orientamenti: psicoanalitico (quello classico freudiano, che pone al centro l’individuo nella sua totalità), sistemico-relazionale (che analizza la famiglia e la vita sociale della persona), bioenergetico (considera le tensioni muscolari come la traccia di traumi psicologici), cognitivo-comportamentale (valuta i problemi psichici come disfunzioni delle capacità cognitive). Chi sceglie di intraprendere una psicoterapia deve mettere in conto un impegno economico e di tempo non indifferenti. Il percorso è piuttosto lungo, da 1 a molti anni, e le sedute (1 o 2 alla settimana, in funzione della serietà del problema) costano da 50 a 80 euro. La psicoterapia, a prescindere dal singolo orientamento, ha il vantaggio di “sviscerare” tutti gli aspetti della vita di una persona, affrontando e risolvendo, mano a mano che si presentano, eventuali conflitti, disagi e disturbi. Lo psicoterapeuta interviene in un’ampia varietà di problemi: dalle fobie alle nevrosi, dai disturbi di relazione a quelli sessuali ai problemi di autostima. Poiché il metodo prevede la collaborazione attiva del “malato”, è necessario che non si abbiano grossi problemi di personalità per iniziare la terapia, l’Io della persona e il suo senso di realtà non devono essere compromessi. Sono da escludere i casi di psicosi, come schizofrenia, depressione, autismo. Le psicoterapie brevi sono nate negli anni ’70 in risposta ai trattamenti lunghi e impegnativi come la psicanalisi. Questi incontri hanno lo scopo di lavorare su un sintomo preciso, come per esempio la paura di prendere l’aereo, senza intervenire nella altre sfere della vita della persona. Affinché la cura funzioni, almeno per un certo periodo di tempo (il sintomo si può ripresentare sotto altre forme), la persona deve avere una personalità piuttosto integra, in modo che lo specialista possa concentrarsi sul disturbo da eliminare senza dover “tamponare” altri aspetti psichici irrisolti che possono emergere durante il trattamento.

 

29/10/2007

La miastenia

La miastenia è una malattia cronica, soggetta a varie fluttuazioni: anche nella stessa giornata si alternano momenti di benessere ad altri in cui si manifestano i sintomi tipici della malattia.

 

Gli stress, sia fisici (come un semplice raffreddore) sia psicologici ( come un bisticcio in famiglia), possono peggiorare le sue manifestazioni.

 

La malattia può comparire all’improvviso; in altre persone l’esordio è graduale e inizia con un po’ di stanchezza.

 

Non si tratta di una malattia degenerativa: non ha un decorso progressivo negativo e con una cura adeguata è possibile tenere sotto controllo i sintomi; in alcuni casi può migliorare o scomparire spontaneamente.

 

Debolezza, scarsa resistenza alla fatica e difficoltà nella deglutizione. Si tratta di miastenia gravis. La miastenia, una malattia cronica, si manifesta soprattutto con sintomi come affaticabilità e riduzione della forza muscolare.

 

La miastenia è una malattia autoimmune. Alcuni anticorpi, che normalmente dovrebbero proteggere il corpo dall’attacco di agenti nocivi, si attivano verso componenti dell’organismo stesso.

 

Questi anticorpi aggrediscono i recettori presenti sulle cellule muscolari, alterando la normale trasmissione dell’impulso nervoso tra nervo e muscolo e riducendo l’efficacia della contrazione muscolare.

 

I sintomi principali interessano proprio la muscolatura: la persona miastenica manifesta una riduzione della forza massima e una facile affaticabilità. Spesso questa stanchezza viene ritenuta un campanello d’allarme della depressione, si prescrivono antidepressivi o ansiolitici, che peggiorano la malattia.

 

Gli esperti distinguono tre diverse forme di miastenia:

 

1)                  Oculare: la malattia provoca diplopia (visione doppia) e/o ptosi palpebrale, una caduta della palpebra, in genere unilaterale (ne cade una soltanto). Può interessare entrambe le palpebre, ma una rimane più colpita.

 

2)                 Generalizzata: riguarda la muscolatura dei quattro arti. La persona può avvertire un senso di fatica alle gambe e avere problemi nel compiere alcuni movimenti, come salire le scale, camminare, piegarsi oppure può fare fatica a muovere normalmente le braccia, ad alzarle, ad asciugarsi i capelli, vestirsi.

 

3)                 Bulbare: rappresenta la forma più seria ed è caratterizzata da difficoltà nella masticazione, nella fonazione (in genere la voce diventa nasale), nei movimenti della lingua e nella deglutizione (nei casi più seri la persona deve essere alimentata mediante sondino naso-gastrico). È possibile, anche se accade molto raramente, un coinvolgimento della muscolatura respiratoria, che necessita dell’intervento dello specialista rianimatore.

 

I meccanismi alla base della miastenia non si conoscono del tutto: non è ereditaria e nasce dall’interazione fra una naturale predisposizione della persona e più fattori ambientali, non ancora identificati.

 

Può manifestarsi a tutte le età, ma è frequente soprattutto nella giovani fra i 10 e i 30 anni e negli uomini fra i 50 e i 70 anni.

 

Nella maggior parte dei casi, si associa a un aumento delle dimensioni del timo, una ghiandola posta nel torace che ha una funzione importante nello sviluppo del sistema di difesa. Non si sa quale sia il suo ruolo nella malattia, ma si ritiene che questa ghiandola sia coinvolta nel processo di produzione degli anticorpi “disobbedienti”.

 

La miastenia è poco conosciuta e spesso la diagnosi è difficile, specie se i sintomi compaiono gradualmente, perché possono essere attribuiti ad altri disturbi.

 

Durante una visita neurologica, lo specialista richiede alcuni esami:

 

·        L’elettromiografia: è un’indagine che studia la trasmissione degli impulsi nervosi fra nervo e muscolo; è alterata in caso di malattia.

 

·        Il dosaggio degli anticorpi anti-recettore dell’acetilcolina (responsabili della malattia): si effettua mediante un semplice prelievo di sangue.

 

·        La Tac del torace: si può valutare il timo e osservare se è aumentato di volume (come succede quando c’è la miastenia).

 

In oltre il 90% dei casi si assiste a un buon miglioramento, talvolta alla scomparsa completa dei sintomi e alla sospensione dei farmaci. I trattamenti che si sono rivelati più efficaci:

 

·        Per migliorare i sintomi vengono usati gli anticolinosterasici, che bloccano la degradazione dell’acetilcolina (sostanza coinvolta nella trasmissione nervosa), rendendola più disponibile per la contrazione muscolare. Sono medicinali ben tollerati, utilizzabili anche per tutta la vita. Hanno un effetto immediato, ma di breve durata: riducono i sintomi ma non agiscono sulla causa della malattia.

 

·        Per intervenire sul processo autoimmune alla base della malattia si utilizzano gli immunosoppressori (come l’azatioprina o il ciclofosfamide) e/o il cortisone. Entrambi vengono presi per bocca e rappresentano il cardine della cura della miastenia gravis. Sono farmaci che possono avere vari effetti collaterali (specialmente il cortisone), come osteoporosi, diabete o aumento di peso. Il cortisone, all’inizio del trattamento, può peggiorare i sintomi anche se in modo transitorio.

 

·        Quando la malattia manifesta peggioramenti seri o improvvisi (come difficoltà respiratorie) è necessario intervenire con trattamenti che migliorino rapidamente la situazione. Si può ricorrere alle cure immunomodulanti, plasmaferesi e immunoglobuline ad alto dosaggio. La plasmaferesi consiste nella separazione della parte liquida (plasma) dalla parte corpuscolata (globuli bianchi, rossi e piastrine) del sangue, che viene restituita alla persona, mentre il plasma, che contiene gli anticorpi responsabili della malattia, viene eliminato e sostituito da una soluzione apposita. I sintomi scompaiono in poche ore, ma il miglioramento è transitorio: gli anticorpi si riformano. Le immunoglobuline sono anticorpi umani in grado di inattivare gli anticorpi che causano la miastenia e vengono iniettate mediante una comune flebo. Anche in questo caso il beneficio è molto rapido, ma di breve durata.

 

·        Poiché il timo svolge un ruolo importante della reazione autoimmune che causa la miastenia, in molti casi la sua asportazione chirurgica è sufficiente a migliorare la situazione. Si tratta di un intervento che viene programmato quando i farmaci sono riusciti a stabilizzare la situazione. In alternativa al metodo classico, che prevede l’apertura del torace, è possibile intervenire in laparoscopia, tramite piccole incisioni. In questo modo la cicatrice è minima e la degenza meno prolungata. A circa 2 anni dall’intervento, il 60% delle persone operate mostra un netto miglioramento dei sintomi, che spesso porta alla sospensione dei trattamenti farmacologici. È un’operazione consigliata a tutte le persone miasteniche, tranne in caso di miastenia oculare (sembra che l’asportazione del timo non porti benefici) e agli anziani.

 

Osteopatia per il mal di schiena

Un dolorino costante e fastidioso, oppure improvviso e così forte da impedire ogni movimento: di mal di schiena ce ne sono tanti. E le cause di questo problema sono ancora di più. La postura, il modo in cui si sta in piedi, seduti, o in cui ci si muove, è la prima cosa a cui si pensa. Spesso è davvero la responsabile del disturbo. Ma il mal di schiena può anche essere la conseguenza di un trauma, ciò che resta dopo un incidente oppure una brutta caduta. La condizione generale della zona lombare o dorsale può essere influenzata anche da quella di vari organi interni, oltre che dallo stato degli occhi (stanchezza oculare, disturbi visivi) e dei denti (malocclusione, chiusura scorretta delle arcate, oppure problemi come infiammazioni e granulomi). È collegata agli organi della zona inferiore dell’addome: organi pelvici e riproduttivi per le donne, prostata per gli uomini; per entrambi con l’intestino, che dal puinto di vista neurologico è in relazione con la zona lombosacrale della colonna vertebrale. A volte la questione potrebbe essere più complessa di quanto si pensi.

 

L’intervento dell’osteopata può rivelarsi molto utile contro il mal di schiena. L’osteopatia è una terapia manuale che interviene proprio sui dolori nuscoloscheletrici, che possono interessare varie zone della schiena (lombare, dorsale, cervicale) oppure spalle, braccia, gambe. Tratta in particolare il tessuto connettivo, quello che avvolge ogni organo, lo collega agli altri e alle varie parti del corpo. L’osteopata considera l’organismo nella sua complessità, nella stretta relazione che c’è fra i vari apparati e la struttura esterna che li racchiude. E soprattutto prende in esame il movimento: non soltanto quello che si esegue grazie ai muscoli e alle articolazioni, ma anche quello che avviene all’interno del sangue, la respirazione e la trasmissione dei messaggi nervosi. È questa visione d’insieme delle cause e degli effetti che permette all’osteopatia di essere preziosa ed efficace contro il mal di schiena, spesso anche per prevenirlo, utilizzando manipolazioni (spesso molto delicate) per liberare i punti dove il movimento è bloccato, sciogliere le tensioni, tonificare e aiutare la circolazione, il ricambio e il drenaggio delle tossine, e rilassare l’organismo.

 

Il trattamento osteopatico, che utilizza diverse tecniche (l’osteopata le sceglie a seconda della persona che ha di fronte e dei problemi da risolvere), comincia con l’esame di eventuali test diagnostici già in possesso della persona (radiografie, ecografie), con una serie di test muscolari posturali e con l’osservazione e valutazione della colonna vertebrale e dell’equilibrio complessivo del corpo. Grazie a questo “esame” preliminare, il terapeuta individua la causa del dolore: è questa che verrà affrontata per prima, con le manipolazioni più adatte. In molti casi, un intervento adeguato può risolvere il mal di schiena anche trattando zone del corpo lontane da quella dove si sente dolore. Nel caso in cui il mal di schiena dovesse persistere, allora interverrà anche su questo, direttamente.

 

Se l’osteopata lo ritiene opportuno, può indirizzare la persona da un medico oppure da uno specialista o a un esperto in terapie naturali. Qualunque sia il problema da risolvere, l’osteopata non consiglia l’assunzione di farmaci né di sostanze di alcun tipo. I suoi compiti sono solo: effettuare manipolazioni, suggerire come migliorare lo stile di vita, la postura e la dieta, insegnare alcuni esercizi utili e, in casi particolari, indirizzare ad altri esperti.

 

L’obiettivo fondamentale del trattamento osteopatico è di restituire all’organismo il ritmo e la mobilità, che garantiscono il buon funzionamento degli organi e degli apparati. Spesso sono sufficienti manipolazioni molto delicate, ma a volte, soprattutto in caso di blocchi articolari, possono essere utilizzate manovre più energiche, che liberano in fretta l’articolazione, tanto che si percepisce uno “scroc” sonoro (di solito più impressionante che altro, dato che non provoca dolore).

 

La scelta del tipo di manipolazioni e del numero di sedute dipendono dalla formazione specifica dell’osteopata e dal tipo di disturbo da trattare, ma soprattutto dalla risposta della persona al trattamento. In linea di massima, un disturbo acuto, per esempio un dolore provocato da un trauma, richiede da due a quattro sedute (ma se il trauma è serio o molto esteso, per esempio dopo un incidente stradale, bisogna aspettare almeno due settimane prima di intervenire).

 

Un problema cronico, che dura da tempo, come il mal di schiena costante di chi sta a lungo in piedi, dopo un trattamento di tre-cinque sedute ravvicinate (una alla settimana),. Spesso dà risultati che devono essere mantenuti con incorni più distanziati (una volta al mese).

 

Il costo di una seduta di osteopatia cambia da un operatore all’altro, ma di solito varia dai 50 ai 90 €.

 

L’osteopata è un terapeuta che ha seguito un corso specifico della durata di sei anni. Ci sono diverse scuole a tempo pieno (cui si accede con diploma di scuola media superiore) e alcune suole a tempo parziale, che però accettano solo laureati in medicina, fisioterapia o scienze motorie o iscritti almeno al quarto anno di medicina. L’osteopata collabora abitualmente con medici specialisti (ortopedici, fisiatri, neurochirurghi, oculisti, ginecologi, odontoiatri, otorinolaringoiatri). L’osteopatia negli Stati Uniti è insegnata in diverse università, nel Regno Unito è riconosciuta come professione paramedica autonoma e si insegna in college che rilasciano lauree in osteopatia. In Italia si è ancora in attesa di una legge che la regolamenti.

 

Il Registro Osteopati Italiano (Roi) riunisce varie scuole di formazione, ed è l’associazione professionale che raggruppa gran parte degli osteopati. Il Roi (www.roi.it) garantisce la formazione professionale secondo gli standard di qualità stabiliti dallo stesso Registro ed è il riferimento cui rivolgersi per chiedere gli indirizzi dei terapeuti più vicini alla propria residenza. Molti medici fanno riferimento all’Amoi (Associazione medici osteopati italiani, www.amoi.it). Esistono altri enti di osteopati, come l’Aior (Albo italiano fisioterapisti osteopati registrati, www.aior.it).

 

Principi:

 

4)     Il corpo è l’unità; la persona è un’unità di corpo, mente e spirito;

 

5)     Struttura e funzione sono reciprocamente correlate;

 

6)     Il corpo ha le capacità di auto-regolarsi, di auto-guarire e di mantenere la salute;

 

7)     La logica del trattamento è basata sulla comprensione dei principi fondamentali di unità del corpo, auto-regolazione e interrelazione tra struttura e funzione.

 

I disturbi più trattati sono i dolori di postura dovuti alla sedentarietà, al lavoro d’ufficio (tunnel carpale), alla guida prolungata; i dolori muscolari e articolari, come quelli a schiena e cervicale, le sciatalgie, le tendiniti e le contratture, le scoliosi. L’osteopatia interviene anche sui problemi della vista, quelli digestivi, nervosi, respiratori, della circolazione, ginecologici (come dolori mestruali), quelli legati alla gravidanza e al parto, i disturbi di neonati e bambini, e problemi dell’invecchiamento. Può agire anche su mal di testa, stress, disturbi psicosomatici, asma, sinusite, rinofaringite, otite e tutti i problemi che traggono giovamento da una rilascio delle tensioni muscolari e nervose. Purché non abbiano cause esterne come virus e infezioni.

 

Andrei Taylor Still, padre dell’osteopatia, visse negli Stati Uniti tra il 1828 e il 1917. Figlio di un medico,imparò la professione paterna ma fu anche ingegnere. Deluso dalla medicina convenzionale (tre dei suoi figli morirono di meningite), iniziò a studiare e cercare vie nuove di terapia. Si dedicò soprattutto a studiare la struttura del corpo, e in particolare il sistema muscoloscheletrico. Still credeva nella naturale tendenza dell’organismo alla prevenzione e all’autoguarigione e sostenne l’importanza per la salute del movimento e di un’alimentazione corretta. Dopo sedici anni di studio, nel 1876 presentò pubblicamente l’osteopatia e nel 1897 fondò il College of Osteopaty (Istituto di osteopatia). L’osteopatia si è molto diffusa dapprima negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni, poi in ogni parte del mondo, compresa l’Italia. Oggi ci sono scuole e college di livello universitario in molte parti del mondo.

 

18/10/2007

La spina bifida

Il primo gene riconosciuto come responsabile della spina bifida è Vangl1, le cui mutazioni sono in grado di compromettere sensibilmente il processo all’origine della corretta formazione, all’interno dell’embrione, del sistema nervoso centrale del feto.

 

Normalmente, le cellule neuronali che si trasformeranno in neuroni veri e propri (le cellule che formano il sistema nervoso) si mettono in fila, una dopo l’altra, allineandosi: in questo modo si forma il tubo neurale, che costituirà il midollo spinale definitivo del nascituro (la parte del sistema nervoso collocata nel canale formato dalle vertebre.

 

Il gene Vangl1 si occupa della produzione di una proteina “bussola”, responsabile dell’allineamento delle cellule neuronali: questa sostanza ha il compito di trasmettere, all’interno della cellula, un segnale che le permette di muoversi in maniera ordinata e organizzata nello spazio. In sua assenza il sistema nervoso centrale definitivo non è in grado di prendere la sua forma corretta, perché le cellule non si organizzano e non si allineano in modo adeguato.

 

Il risultato è che il sistema nervoso, in alcuni punti, resta appiattito e aperto e non riesce ad assumere la forma tubolare.

 

Questo gene e le mutazioni a suo carico non sono gli unici fattori ai quali imputare la comparsa della spina bifida. Sono molto gli elementi responsabili di questa malformazione, sia genetici sia ambientali, come la dieta (povera di acido folico) e l’ambiente in cui si vive.

 

La spina bifida è una della numerose malformazioni del sistema nervoso centrale, definite come difetti del tubo neurale; sono problemi dovuti a un’imperfetta saldatura del midollo spinale, la parte del sistema nervoso collocata nel canale formato dalle vertebre.

 

Durante lo sviluppo del feto nella pancia della mamma, non si chiudono correttamente la pelle e gli archi posteriori delle vertebre: così si sviluppa un “difetto aperto”, caratterizzato dall’esposizione verso l’esterno del tessuto nervoso spinale e delle meningi.

 

Questi tipi di malformazioni avvengono pochissimo tempo dopo il concepimento, intorno al 28° giorno, quando la donna non sa ancora di essere incinta.

 

Tra le conseguenze legate a questo disturbo ci sono la paralisi degli arti inferiori, l’incontinenza della vescica, il ritardo psicomotorio e la deformità dello scheletro. La lesione a carico del midollo spinale e delle sue terminazioni nervose provocano problemi di innervazione degli arti inferiori e della vescica.

 

I difetti del tubo neurale rappresentano una delle cause di invalidità in età pediatrica.

 

È possibile individuare la malformazione quando il bebè è ancora nella pancia della mamma grazie alla diagnosi prenatale. La nascita di un bimbo colpito da spina bifida deve essere programmata effettuando un parto cesareo. Appena nato deve essere sottoposto a un intervento chirurgico, mirato a conservare nel miglior modo possibile le terminazioni nervose non lesionate e a scongiurare l’aggravamento dei danni neurologici. Alcuni bambini potranno, grazie all’intervento e a una riabilitazione costante, raggiungere la posizione eretta e ottenere una certa autonomia motoria.

 

Il metodo di prevenzione primario è l’assunzione, da parte della donna in età fertile, di acido folico. Altri mezzi di prevenzione secondaria, che possono essere utili per la diagnosi prenatale del disturbo, sono l’ecografia e l’amniocentesi. È possibile riconoscere la malattia già dalla 14° settimana di gestazione.

 

I fattori di rischio sono i bassi livelli di acido folico, l’anemia e il diabete della futura mamma. Anche l’obesità è un fattore predisponente, così come i bassi livelli socio-economici, cui possono legarsi una cattiva alimentazione e uno stile di vita poco regolare.

 

L’acido folico è una vitamina del gruppo B, che si trova in legumi, spinaci e altri vegetali. Riveste un ruolo molto importante per i tessuti che vanno incontro a processi di proliferazione e differenziazione, come quelli embrionali. Prendere acido folico prima e dopo il concepimento è un metodo di prevenzione fondamentale per scongiurare la comparsa della spina bifida.

 

Una della concause di questa malformazione è la carenza di acido folico della future mamme, sia prima sia durante la gravidanza. Integrando la dieta delle donne che decidono di avere un figlio con il giusto apporto di questa vitamina si potrebbero diminuire sensibilmente i casi di spina bifida.

 

La sola dieta, basata sugli alimenti che contengono questa vitamina, non è una cautela sufficiente: è necessario prendere una pastiglia specifica a base di acido folico a partire da una mese prima del concepimento (perché i difetto del tubo neurale compaiono molto presto) e per il resto della gravidanza.

 

17/10/2007

I nei

Secondo la medicina cinese i “pois” posti in sei aree del corpo risultano molto più significativi degli altri.

 

I nei su pianta dei piedi e palmo delle mani, punta del naso, parte centrale della schiena, ascelle, orecchie, inguine sono dei “segnalatori”: possono indicare la presenza di squilibri a carico di alcuni organi interni collegati a queste zone tramite i meridiani (“canali” attraverso i quali l’energia vitale scorre nel corpo). I nei presenti fin dalla nascita in genere sono legati a una o più caratteristiche ereditate da mamma e papà; quelli che compaiono successivamente segnalano una debolezza acquisita con il nostro stile di vita. La visione orientale considera gli organi in modo differente dalla medicina occidentale, come un insieme complesso che include processi organici e anche aspetti emotivi.

 

Sotto la pianta dei piedi e sul palmo delle mani: i nei che compaiono qui, secondo la medicina cinese, sono da tenere d’occhio con più attenzione. Queste zone sono collegate all’insieme “cuore e reni”, che è un po0’ il cardine della vitalità dell’individuo. Per questa ragione ci sarebbero maggiori probabilità di un’evoluzione in melanoma che secondo la medicina occidentale potrebbe essere al limite ricondotto al maggiore sfregamento e pressione a cui le “macchioline” presenti in queste zone sono sottoposte.

 

Hai qualche neo sulle orecchie o al loro interno? L’apparato acustico è connesso al rene: i “puntini” che compaiono qui potrebbero suggerire deficit di tipo immunitario, ma anche disturbi alle ovaie, a ossa e denti, assieme a un’indole particolarmente timorosa (il rene corrisponde al sentimento della paura).

 

I nei della zona inguinale, collegata al fegato, possono segnalare difficoltà digestive, mestruali e circolatorie e una tendenza a essere spesso preda della rabbia. Tra gli svariati significati che possono avere i “puntini” posti vicino alla colonna vertebrale, quelli che punteggiano per esempio la zona della seconda vertebra dorsale, che è legata al polmone, caratterizzano in genere persone che si sentono facilmente tristi e affaticate e che possono essere colpite da disturbi alle prime vie aeree, pelle, tiroide e difese immunitarie.

 

Hai “macchioline” nascoste nel cavo ascellare? Quest’area è sotto il controllo del cuore: forse soffri di problemi al sistema endocrino e sei un tipo emotivo e timido.

 

I nei sulla punta del naso (l’unica zona non nascosta che la medicina cinese reputa interessante da questo punto di vista, connessa a milza e pancreas) possono suggerire una predisposizione a sviluppare diabete e ipercolesterolemia e la tendenza a sentirsi in ansia.

 

La talassoterapia

La risposta all’avanguardia per chi vuole unire un periodo di vacanza a uno di cure marine complete e organizzate sono i centri di talassoterapia. Presso questo strutture, ogni risorsa fornita dal mare viene utilizzata per trattamenti all’insegna della salute e della bellezza. Prima di tutto l’acqua marina riscaldata a 38° C a cui si aggiungono, a volte, ozono e alghe. Versata in apposite vasche per la balneoterapia, permette di effettuare speciali bagni che, grazie alla temperatura dell’acqua e alla sua composizione particolare, sono impiegati con successo per la cura di problemi dermatologici come la psoriasi, oper le forme infiammatorie ginecologiche, come le vaginiti, e per disturbi circolatori come disturbi venosi e varici. L’azione curativa dell’acqua di mare viene sfruttata anche per inalazioni e nebulizzazioni, utili nei disturbi alle vie respiratorie. C’è poi la sabbia che, scaldata al sole, si usa per la psammoterapia, cioè per le sabbiature, che consistono nel rimanere sdraiati in una buca con il corpo ricoperto da uno strato di sabbia calda, per circa 30 minuti. È una cura efficace per tutti i disturbi ossei e muscolari, come reumatismi, artriti, artrosi, lombaggine. Presso queste strutture viene eseguita sotto controllo medico e soltanto in arenili molto puliti. Un importante tipo di cure talassoterapiche sono i fanghi. Si fanno con argilla imbibita di acqua di mare riscaldata e miscelata con apposite alghe, che viene applicata su tutto il corpo o soltanto su alcune zone, per circa 30 minuti. Ideale per trattare forme artrosiche e reumatiche, è anche una cura di bellezza vincente per contrastare i ristagni di liquidi e la cellulite e per ridare morbidezza e tono alla pelle.